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Giulio Regeni, gli ultimi messaggi all’amico e quel timore di essere spiato

Il giovane ricercatore friulano venne trovato senza vita il 3 febbraio del 2016, in una stradina periferica del Cairo.

caso regeni, nuove testimonianze

Uno dei testimoni ha raccontato di essere diventato amico di Mohammed Abdallah, l’uomo che aveva venduto Regeni ai servizi egiziani.

Seviziato e torturato fino alla morte: gli ultimi giorni di Giulio Regeni

È stato torturato con oggetti roventi, calci e lame. Una serie di acute sofferenze che lo portarono piano piano alla morte.

Sono stati i pm di Roma, lo scorso dicembre a ricostruire gli ultimi drammatici giorni di vita del ricercatore friulano, trovato morto il 3 febbraio del 2016, lungo l’autostrada del deserto che collega Il Cairo ad Alessandria.

La procura di Roma ha chiuso l’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni. Sono stati quindi emessi quattro avvisi di chiusura per 4 agenti dei servizi segreti del Cairo.

Per il quinto indagato è stata chiesta l’archiviazione.

Le accuse per i 4 sono di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato.

“Per l’omicidio di Giulio Regeni si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia con le garanzie procedurali dei nostri codici”,

ha annunciato il procuratore capo di Roma, Michele Prestipino.

Giulio Regeni è stato seviziato e torturato per 9 giorni, fino a subire lesioni a livello del cranio, del viso, del tratto cervico-dorsale e delle gambe.

I 4 agenti che rischiano il processo sono Uhsam Helmi, il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.

Chiesta invece l’archiviazione per Mahmoud Najem, per il quale non sarebbero stati raccolti elementi a sufficienza.

Il racconto del testimone

Il carceriere di Giulio Regeni sarebbe proprio Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a torturare il giovane ricercatore italiano.

Ad inchiodarlo, le testimonianze di 5 testimoni oculari.

In particolare, uno di loro avrebbe raccontato di aver visto Giulio Regeni, nei 9 giorni della prigionia, legato alla sedia della National Security, legato e con addosso i segni delle torture subite.

“Dietro la schiena aveva dei segni, anche se sono passati anni ricordo quella scena. L’ho riconosciuto alcuni giorni dopo dalle foto sui giornali e ho capito che era lui”

ha raccontato il testimone chiave del processo.

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La posizione della Procura egiziana

La Procura egiziana non condivide la posizione dei giudici capitolini ed ha un’idea diversa di come si siano svolti i fatti che hanno portato alla morte del ricercatore italiano.

In una nota diramata qualche mese fa, la Procura si era pronunciata in merito alla vicenda Regeni:

“NON ESISTE UNA BASE PER PROCEDERE CON UN PROCEDIMENTO PENALE SULL’OMICIDIO, IL RAPIMENTO E L’OMICIDIO DI GIULIO REGENI”

Nonostante ciò, la Procura ha comunque assicurato la prosecuzione delle indagine, per far luce sulla morte del giovane ricercatore.

Imputati rinviati a giudizio

 “Volontaria sottrazione dal processo. La copertura mediatica capillare e straordinaria ha fatto assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio”.

Con questa motivazione questa mattina il gip Pierluigi Balestrieri ha rinviato a giudizio i 4 imputati nel processo per la morte del giovane ricercatore friulano.

Il processo prenderà il via il 14 ottobre davanti alla Corte d’assise di Roma.

Le nuove testimonianze

La vicenda di Giulio Regeni è tutt’altro che conclusa e la testimonianza di tre nuovi testi avvalorerebbe le colpe dei 4 indagati.

Tre nuovi testimoni hanno dichiarato agli inquirenti che i servizi segreti egiziani erano a conoscenza della morte di Regeni già il 2 febbraio, quindi un giorno prima il ritrovamento ufficiale del suo corpo.

I 4 indagati avrebbero quindi cercato di deviare le indagini da loro inscenando una finta rapina.

Uno dei testimoni ha riferito di essere diventato amico di Mohammed Abdallah, l’uomo che aveva venduto Regeni ai servizi segreti egiziani.

Il testimone ha riferito che il 2 febbraio del 2016 era insieme ad Abdallah:

“Ho notato che era palesemente spaventato. Lui mi ha spiegato che Giulio Regeni era morto e che quella mattina era nell’ufficio del commissariato di Dokki in compagnia di un ufficiale di polizia che lui chiamava Uhsam”.

I sospetti di Giulio Regeni e gli ultimi messaggi all’amico

Giulio Regeni temeva di essere spiato. Qualche giorno prima di sparire aveva notato una donna con un velo scattargli una foto ad una riunione di attivisti sindacali.

Così aveva chiesto aiuto con uno scritto. Cinque giorni dopo sarebbe sparito, per poi essere ritrovato senza vita il 3 febbraio seguente.

Prima di lasciare l’Inghilterra, Paese in cui stava studiando, Giulio aveva espresso le sue perplessità ad un amico.

Regeni temeva che il peggio che gli sarebbe potuto capitare sarebbe stata l’espulsione dall’Egitto.

A diffondere i contenuti di quei messaggi è stato il Guardian.

“L’Egitto è in uno stato difficile in questo momento, la dittatura è tornata e fino a poco tempo fa non era chiaro quanto sarebbe diventata brutale. Sembra che ora la situazione si stia “stabilizzando”… ma lo stato delle cose resta molto precario”

aveva scritto il giovane ricercatore ad un amico in alcuni messaggi inviati nell’ottobre del 2015.

Di lì a poco sarebbe poi giunto nel Paese in cui poi ha trovato la morte.

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