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Nicola Zingaretti si dimette alla guida del PD, le interpretazioni

Le dimissioni inaspettate anche per i compagni di partito e le interpretazioni della scelta: tattica o sincera.

Dimissioni di Nicola Zingaretti, interpretazioni i
Nicola Zingaretti

Nel primo pomeriggio di ieri, alle ore 16, è giunta la decisione di Nicola Zingaretti: abdicare al ruolo di leader del suo partito, detenuto da due anni e tra molti malcontenti.

Un fulmine a ciel coperto

L’annuncio è arrivato su Facebook dal suo profilo.

Così Zingaretti esprime il clima di pesantezza, lo svilimento dei contenuti democratici e la propria spossatezza per il biennio trascorso a capo del partito che esprime, secondo i sondaggi, esprime poco più del 19% dei consensi degli Italiani.

L’insofferenza del leader democratico e prima dei suoi componenti, si è manifestata in maniera eclatante, negli ultimi 20 giorni.

Infatti il Pd è stato attraversato ultimamente da dibattiti che provocano “vergogna” in Zingaretti. Così, con un giudizio di una durezza che gli era estranea fino a poco prima, si esprime facendo riferimento a come, all’interno del Pd:

“Si parli solo di poltrone e di primarie.”

Sembra che la dichiarazione di intenti abbia colto di sorpresa gli stessi componenti del Partito, sebbene fosse prevedibile.

Lo ha espresso anche Pier Luigi Bersani, esponente di Leu che ha ricoperto lo stesso ruolo di Zingaretti dal 2009 al 2013. “Era nell’aria”, ma non si aspettava che avvenisse così velocemente. Inoltre ha affermato l’esigenza dei democratici di dialogare per stare al passo con i tempi.

A sorprendere pertanto, non è stata tanto la decisione, quanto la modalità, presa senza darne alcuno accenno. Nessuna parola era stata proferita al vice segretario Andrea Orlando, nessun cenno neppure a colui che è alla guida della parte più consistente dei democratici, Dario Franceschini.

Tensioni dilanianti

I motivi di instabilità sono tanti. Certo, la problematica più sentita in seno al Pd è l’alleanza con i Cinque Stelle, che avrebbe favoriti i pentastellati a sfavore dei democratici. Zingaretti era intenzionato a rafforzare ulteriormente il legame con l’alleato in vista delle amministrative.  Ovviamente l’intento ha esacerbato il malessere.

Altro tema, che ha occupato quasi giornalmente spazio nei talk show televisivi, su radio e giornali, è la presenza femminile negata alle compagne di partito. Le donne non sono state proposte come ministre nel governo Draghi.

Si aggiungono altre diatribe, ad esempio la mancanza di attenzione al territorio. La critica è mossa proprio da chi sta alle “periferie”, dal sindaco di Firenze Dario Nardella al primo cittadino di Bari Antonio Decaro.

Sincerità o tattica?

Così quel capo, affaticato, tanto contestato e anche dileggiato, ha espresso la sua volontà di dimettersi.

Adesso sono due le correnti di pensiero ad interpretazione del gesto.

Per la prima, tutto è chiaro e limpido, e la scelta di Zingaretti è sincera, per qualcuno addirittura “emotiva“, come l’ha definita il senatore Alessandro Alfieri intervistato da Il corriere della sera.

Potrebbe essere scaturita, oltre per per l’evidente crisi endemica, anche per lasciare al politico maggior energie al suo ruolo di governatore della Regione Lazio. Altri aggiungono che potrebbe candidarsi a sindaco di Roma.

Ma c’è un’altra lettura, che invece individua dietro la proclamazione delle dimissioni, la volontà di voler ricompattare, con un gesto “estremo”, il partito. Sarebbe la tattica di intimare le dimissioni per evitarle.

A conferma di questa tesi la reazione, forse obbligata di molti, di chiedere di restare, primo fra tutti Franceschini. Il ministro per i beni e le attività culturali si è appellato a quei compagni litigiosi in supporto del leader un po’ sfibrato.

L’altra questione e se Zingaretti abbia reso lo strappo definitivo o l’abbia rattoppato. Il tempo, presto, lo rivelerà. Infatti l’Assemblea nazionale dei dem, lo rammenta anche il leader dimissionario sul social, si terrà tra il 13 e il 14 marzo.