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La Cina boicotta H&M e altri marchi occidentali

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Chi mette becco sulla carneficina degli Uiguri viene sabotato dal governo cinese. Ad essere osteggiata non è solo la multinazionale svedese, ma anche altre case di moda occidentali, come Burberry, Nike e Zara.

La cina boicotta H&M
H&M

La colpa delle aziende in lista nera è stata esporre il proprio dissenso sul genocidio degli Uiguri, ancora in atto.

Marchi da eliminare, gli annunci della Cina al popolo

La popolazione più numerosa del mondo è stata invitata a boicottare i marchi rei di essersi pronuncianti sfavorevolmente su una strage annosa, quella degli Uiguri che si trovano a nord del Pese nel territorio di Xinjang.

Il primo annuncio è arrivato dall’emittente televisiva di stato Cctv che ha inviato i telespettatori ad astenersi dal fare acquisti dei capi firmati H&M.

L’azienda si è macchiata anche di un altro affronto: aver rifiutato di avvalersi del cotone proveniente dalla regione macchiata di sangue.

Secondo i vertici aziendali, il tessuto sarebbe il prodotto dello sfruttamento del lavoro.

Le dichiarazioni incriminate della casa di moda risalgono ad un anno fa.

Invece dalle pagine del quotidiano cinese Global Times la richiesta di boicottaggio è stata estesa ad Adidas , Burberry, Nike, New Balance e Zara.

È lo stesso quotidiano, che nel sua esortazione a quasi un miliardo e mezzo di abitanti, ricorda come Zara aveva espresso “tolleranza zero nei confronti del lavoro forzato“.

Ma nel mirino del cecchino cinese non mancano altre multinazionali, come l’americana Gap oppure la nipponica Uniplo.

L’ammacco è evidente. Per le multinazionali rinunciare al mercato cinese, uno dei più vasti al mondo, vuol dire andare incontro a conseguenze gravose.

Ad esempio per gli “Svedesi” rappresenta il quarto bacino per entrate, con 520 negozi sparsi sul territorio.

Quel tema su cui non si può mettere becco

Le critiche sulla questione della minoranza etnica martoriata fanno scattare misure restrittive per chi le esprime.

I campi di concentramento destinati agli Uiguri sono presentati come luoghi per lo sviluppo sociale ed economico. Ma lì, secondo diversi studi, sono morti circa un milione di persone.

È dal 2014, dagli esordi del programma di rieducazione per le minoranze etniche e religiose, che la strage continua.