Elezioni, Letta: “Non mi candiderò al prossimo Congresso. Oggi è un giorno triste”

Il 19% non è bastato al Partito democratico e al suo segretario, Enrico Letta, per fermare l’avanzata di Giorgia Meloni e del centrodestra, e non era neanche l’obiettivo minimo da raggiungere (anche considerati i sondaggi pre-elettorali).

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Enrico Letta – lettoquotidiano.it

Dopo la sconfitta, però, è tempo di bilanci e di prese di coscienza. E la prima è stata proprio quella di Letta che ha deciso di non presentarsi come candidato al prossimo Congresso, anche se continuerà a lavorare da dentro il partito per cercare di trovare un’alternativa coerente, soprattutto per fare un’opposizione costruttiva alla destra.

Elezioni 25 settembre, Letta: “C’è bisogno di una riflessione all’interno del Pd”

Tra i grandi sconfitti di queste elezioni politiche c’è sicuramente il Partito democratico di Enrico Letta. Anche se i risultati finali lo hanno consacrato a secondo schieramento dopo Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, infatti, sia le percentuali prese, sia l’avanzata del suo alter ego, appunto, raccontano la necessità di una riflessione all’interno del gruppo dirigente.

Rispetto alle politiche del 2018, il Pd è rimasto uguale a se stesso: non ha fatto né un passo avanti, né un passo indietro. A differenza di molti altri partiti, tra cui il MoVimento 5 stelle o la Lega, non ha perso voti (e non ne ha neanche guadagnato). Come all’ora, però, qualcosa è andato storto e, come all’ora, qualcosa dovrà cambiare. Il primo a esserne consapevole è lo stesso Letta che ha deciso di farsi da parte per il prossimo Congresso.

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Enrico Letta – lettoquotidiano.it

Gli italiani hanno scelto, è stata una scelta chiara e netta, l’Italia avrà un governo di destra, è un giorno triste per l’Italia e per l’Europa. Ci aspettano giorni duri“, ha iniziato nel suo discorso della sconfitta, solo e pensoso, il dem. “Se siamo arrivati al governo Meloni è per via del fatto che Conte ha fatto cadere il governo Draghi“, ha detto ancora.

Che ci creda o meno non si sa, ciò che pensa però è che si debba fare “un’opposizione dura e intransigente. Non permetteremo che l’Italia si stacchi dai valori europei e della Costituzione“. D’altronde il partito, “pur in un risultato insoddisfacente, è il secondo partito del Paese, il secondo gruppo parlamentare ed è la prima forza di opposizione nel Parlamento e nel Paese“.

Il bicchiere mezzo pieno, forse, ma con una “convergenza delle opposizioni è assolutamente necessaria e il fatto che non sarò io a gestire questa fase aiuterà. Bisogna creare nuove dinamiche“. Tipo quella del campo largo, considerata “l’unico modo per battere la destra“, ma che non è stata possibile “non per nostra volontà“, ma perché “si sono sfilati alcuni interlocutori“.

Carlo Calenda, per esempio. “Sono particolarmente amareggiato per il collegio di Emma Bonino, ha confermato che c’è stato un fuoco amico contro di noi, la candidatura di Calenda ha finito per aiutare il candidato di destra“, ha dichiarato ancora Letta spiegando che gli ex alleati hanno lavorato contro di noi“.

Ciò che è fondamentale è “che il governo Meloni nasca il più presto possibile, c’è la legge di bilancio da fare e ci sono delle scadenze. L’ultimo regalo alla destra è se ci fossero opposizioni che vanno ognuno in ordine sparso. Penso fortemente che per contrastare questa destra sia molto importante che si riprendano le fila di un dialogo per fare una opposizione efficace e non ognuno per conto suo“.

Poi sì, la consapevolezza di dover cambiare le cose all’interno della sinistra e del Partito democratico stesso, dicevamo: “Ora accelereremo le procedure per un Congresso che deve essere di profonda riflessione. Io assicurerò la guida del partito in spirito di servizio in vista del Congresso ma non mi presenterò candidato. È tempo che una nuova generazione si metta all’opera“.

Sarà il momento delle analisi, di capire gli errori, e anche di fare un passo indietro da parte di Letta, “una scelta nell’interesse massimo di un partito che ha bisogno di avviare la costruzione della legislatura e convocare il Congresso. Credo sia meglio che sia io a convocarlo piuttosto che cominciare altre dinamiche che farebbero perdere tempo, è il mio gesto di amore verso il partito, la mia leadership finirà appena il Congresso avrà individuato una nuova leadership“. Un Congresso, ha concluso, “di profonda riflessione sul concetto di un nuovo Pd che sia all’altezza di questa sfida epocale di fronte a una destra che più destra non c’è mai stata“.

Pd, le ipotesi in campo per il dopo Letta: Bonaccini e Schlein

Chi raccoglierà il testimone del segretario del Partito democratico, però? Questa è la domanda che in molti si fanno, anche se, a voler guardare bene, le colpe di quanto è successo non sono tutte da addossare a Letta, che è tornato di fretta e furia dalla Francia e ha risposto presente a una richiesta della classe dirigente, in crisi di leadership.

Ma tornando al quesito, sono due i nomi che più di altri si fanno, e sono gli stessi che già circolavano prima delle elezioni. Elly Schlein e Stefano Bonaccini, esattamente la vicepresidente e il presidente dell’Emilia Romagna, l’unica regione in cui il Pd è stato eletto come primo partito.

Lei, trentasette anni, una laurea in Giurisprudenza, cittadinanza italiana e statunitense, potrebbe essere il profilo perfetto rispetto a quello che ha in mente il segretario dem. Su di lei, però, pesa il fatto che non sia iscritta al partito, ma porta in dote l’endorsement del The Guardian, che vede in lei l’astro nascente della sinistra italiana, e del Times. Tra le cose che potrebbero convincere la base a votarla, c’è sicuramente una certa predisposizione al dialogo, anche con i Cinque stelle e Giuseppe Conte, che non ha mai nascosto che con un avvicendamento al vertice, ci si possa riavvicinare al Pd.

Cosa che, pare, potrebbe fare anche Bonaccini, però. Lui piace di più all’ala riformista del partito. In regione ha una maggioranza così ampia che arriva persino ad abbracciare Matteo Renzi, quindi Italia Viva, di cui è amico. Sicuramente con il “pres” l’idea del campo largo non sarebbe un’ipotesi da scartare, così come non sarebbe tanto lontano il pienone nelle piazze.