Centrale di Zaporizhzhia, l’appello di Zelensky ai cittadini russi: “Chi resta in silenzio è complice”

Quello che sta succedendo alla centrale di Zaporizhzhia rappresenta un problema gravissimo sui tavoli della comunità internazionale. E, nonostante i russi continuino ad appioppare le colpe agli ucraini, Volodymyr Zelensky ha fatto un appello ai cittadini russi e non è affatto cosa banale, arrivati a questo punto di una guerra che sembra infinita. Le parole sono chiare e non possono essere equivocate: “Chi resta in silenzio è complice”. Facciamo il punto sulla direzione della guerra.

Zelensky
Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, in uno dei videomessaggi alla Nazione – lettoquotidiano.it

Il conflitto tra Russia e Ucraina non si ferma e purtroppo con grossi problemi per l’Europa intera e per il mondo. Nelle ultime ore, ci sono diverse notizie importanti da rimarcare, a partire dalla centrale di Zaporizhzhia, dove il rischio più grande è una catastrofe nucleare di immani proporzioni. Ma nessuno si ferma, neanche nel dare le colpe all’altro, e nelle ultime ore è arrivato un accorato appello di Zelensky alla controparte. Ma non è finita qui, perché c’è anche da considerare quello che sta succedendo sul fronte dell’export del grano e riportarvi un triste bilancio sugli attacchi ai civili.

Zelensky si appella direttamente ai cittadini russi e non sono parole banali

È il 15 agosto, ma se si guarda a est, di certo, non si può pensare al mare, alle grigliate, all’alcol e ai concerti. No, non quest’anno e non per i prossimi mesi, siamo realisti. Perché la guerra tra Russia e Ucraina non accenna a tregua e, anzi, continua ad accumulare feriti, vittime e strategie militari, le quali ci lasciano pensare che ne avremo ancora per molti. Ma andiamo con ordine, in modo da illustrarvi per bene il quadro della situazione.

E partiamo da uno dei problemi più impellenti sul tavolo della comunità internazionale: la centrale nucleare di Zaporizhzhia. È quella più grande d’Europa e non è affatto un fattore banale da considerare, visto quello che sta succedendo da quelle parti. Il primo rischio nucleare era scattato a marzo, ma nelle ultime settimane i bombardamenti e gli attacchi in quella zona stanno aumentando il rischio di una vera e propria catastrofe.

Centrale Zaporizhzhia
I bombardamenti che hanno colpito la centrale di Zaporizhzhia e che hanno alzato il rischio nucleare a dismisura – lettoquotidiano.it

E senza che ancora ci sia qualcuno che si sia preso la responsabilità di quanto sta succedendo ed è già successo. Infatti, dal Cremlino continuano a scaricare le colpe sui nemici e questo è comunque grave, ma alimenta la linea russa di bugie e depistaggi, per poi andare avanti a tradimento, che dall’inizio della guerra Vladimir Putin ha dimostrato di tenere.

E dall’altra parte c’è Volodymyr Zelensky che, invece, continua a moltiplicare gli appelli agli avversari, affinché tutto questo finisca. E fino ad ora nessuno l’ha fatto. Le dichiarazioni più recenti sono arrivate nelle ultimissime ore e sono piuttosto chiare: “Ogni soldato russo che sparerà alla centrale o che userà l’impianto come copertura, diventerà obiettivo speciale per i nostri agenti dei servizi segreti, per i nostri servizi speciali e per il nostro esercito”.

Insomma, il messaggio è chiaro: chi utilizzerà la centrale e i rischi annessi come strumento di guerra non avrà la vita facile e diventerà addirittura un “obiettivo straordinario” per gli ucraini. Non è l’unico contenuto importante lanciato da Zelensky. Infatti, ha anche anticipato che i russi andranno avanti con la catena di falsità e depistaggi sull’argomento, cercando di dare la colpa agli avversari.

Le dichiarazioni, nel consueto videomessaggio su Telegram, sono pesanti nei confronti di Mosca, e assume le sembianze di un vero e proprio appello per i cittadini russi: “Quando il male raggiunge un tale livello, il silenzio delle persone si avvicina alla complicità. Quindi, se hai la cittadinanza russa e resti in silenzio, significa che sostieni quello che sta succedendo”. Bisogna parlare, quindi, e non girarsi dall’altro lato per quanto sta capitando.

Infine, Zelensky dice a chiare lettere: “Non importa dove ti trovi, che sia la Russia o all’estero, la voce dovrebbe essere un sostegno all‘Ucraina“. La tensione resta alta, quindi, e la situazione lo richiede, vista la gravità di quanto sta capitando e l’altissimo rischio che si sta correndo.

Guerra in Ucraina, dagli attacchi ai civili al bilancio dell’export del grano

L’Ucraina, quindi, si deve muovere su diversi piani, in una guerra che è sempre più cruenta e non risparmia nessuna. Non è casuale, visto che dall’inizio del conflitto, quel maledetto 24 febbraio, non sono mancati colpi bassi ed episodi da rimarcare in maniera blu, che hanno totalmente smarrito i principi di umanità e correttezza.

D’altronde Putin da mesi utilizza termini come ‘distruggere’ e ‘annientare’, alimentando quella macchina del terrore che è utilizzata come una vera e propria arma per far capitolare l’avversario. Di contro, la strategia di Zelensky è far cadere quante più linee nemiche possibile, soprattutto attraverso le armi e gli aiuti degli alleati occidentali, per costringere Putin a trattare e trovare una soluzione comuni. Che comunque non è una cosa vicina, ora come ora.

Oggi è anche tempo di numeri e bilanci, visto che ci giunge notizia della conta degli attacchi ai civili fin dall’inizio della guerra. Ne ha parlato il vice ministro dell’Interno, Yevhen Yenin e precisando che le forze russe hanno effettuato oltre 22mila attacchi su obiettivi civili in Ucraina. E poi sono trecento se si tratta di obiettivi militari. Numeri enormi per un conflitto d’attrito e incessante, che non fa mancare colpi bassi per prevalere sull’avversario. Yenin ha sottolineato anche che “tutto può diventare un obiettivo” da attaccare e qui il terrore la fa da padrone. Si parla di infrastrutture di vario tipo, di centri commerciali, delle scuole e anche dei siti culturali. Un vero e proprio bagaglio culturale e di vita che potrebbe essere distrutto, a causa di una guerra scellerata e che sarebbe dovuta essere evitata.

Intanto, il focus del conflitto resta sempre a est e, in particolare, nel Donbass. Proprio il territorio conteso fin dall’inizio della guerra e in cui la Russia, nonostante bugie e depistaggi, sta concentrando le sue attenzioni militari e non. Ora il Cremlino vuole la svolta e lavora per indire a un referendum nella repubblica del Donetsk e sancire, in questa maniera, l’annessione a Mosca. Ad annunciarlo è il ministero della Difesa britannico, che comunque è fonte autorevole per capire andamento e misura del conflitto.

Si tratta di un vero e proprio rapporto, in cui si riportano le ultime notizie dell’11 agosto, che fanno capo ai media russi. Denis Pushilin, capo della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, aveva detto chiaramente che la data di un referendum per l’annessione della Russia sarà annunciata dopo la completa liberazione del territorio. E ricordiamo che Zelensky ha ordinato l’evacuazione del territorio di Donetsk entro il prossimo inverno, in modo da evitare una vera e propria barbarie di civili.

Gli attacchi dei russi, infatti, si concentreranno proprio in quella zona, ma comunque non sembrano terrorizzare i cittadini ucraini. Infatti, sono molte le persone a Donetsk che non hanno intenzione di lasciare la città, probabilmente per patriottismo o semplicemente per paura dell’ignoto, che può essere anche peggio delle bombe partire senza destinazione e lasciare casa proprio, in periodo di guerra.

Il conflitto in sé e per sé comunque non è l’unico pensiero caldo per Russia e Ucraina, ma soprattutto per la comunità europea e mondiale. Infatti, diplomazia e risorse sono due temi essenziali per i disagi che potrebbero persistere o essere provocati.

Si pensi al grano e ai suoi derivati e alle migliaia di tonnellate ferme a Odessa e sul Mar Nero, in attesa di essere smistate in centri nevralgici. Dopo la stretta di mano tra Putin e Zelensky, avallata dalla Turchia e dalle Nazioni Unite, più di qualcosa si è sbloccato. Infatti, da quando è stato stretto il patto di Istanbul, sono già partite sedici imbarcazioni che portavano in dote 500mila tonnellate di prodotti agricoli.

Non sono poche ed è merito di un lavoro straordinario da parte dell’Ucraina, viste tutte le difficoltà logistiche provocate dal blocco delle esportazioni da febbraio fino all’estate. Le navi erano ferme e le dimensioni non troppo importanti per portare altissimi carichi. Senza considerare la manutenzione necessaria e la necessità di creare percorsi sicuri, di fronte a mari che erano stati minati da entrambi gli eserciti.

La via preferenziale è quella che parte dal Mar Nero e arriva direttamente in Libano, passando per la Turchia. È una questione che comunque ci interessa, per scongiurare una crisi alimentare globale e perché diverse navi avevano come rotta proprio l’Italia. Nelle ultime ore, infatti, un’imbarcazione che portava tonnellate di semi di mais è arrivata al porto di Ravenna, dove sono poi iniziate tutte le operazioni commerciali e i controlli, in ordine inverso. E non è finita qui, perché allo stesso tempo continueranno i viaggi nei prossimi giorni. Altre navi dovranno arrivare ancora al porto di Ravenna e anche in Puglia, utili per garantire mangimi alimentari e risorse fondamentali.

Un aspetto che non può e non deve essere più sottovalutato in una guerra che è una lotta tra ciò che è umanità e chi ormai l’ha abbandonata. Una voce che diventa un grido, e l’Italia fino ad ora l’ha ascoltato bene, per poi comportarsi di conseguenza, come tutti gli alleati occidentali.