Conte-Letta, la battaglia tra i due leader continua sui giornali

I leader del Partito Democratico, Enrico Letta, e del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, hanno iniziato la campagna elettorale. Sui giornali, i vecchi alleati si sfidano a colpi di progressismo, e parole. Il Pd chiude definitivamente la porta in faccia all’Avvocato che, dal canto suo, non comprende perché debbano essere i dem a tracciare il perimetro politico

Giuseppe Conte ed Enrico Letta
Giuseppe Conte ed Enrico Letta – lettoquotidiano.it

La scelta è chiara: o noi o Meloni“, dice Letta, e, a distanza, Conte replica: “Il Pd è aggressivo“. La battaglia è appena iniziata e tra i due capi politici il punto di non ritorno sembra essere arrivato, nonostante le primarie congiunte in Sicilia.

Letta: “La scelta è tra noi o Meloni”, e chiude all’alleanza con Conte e i 5 Stelle

C’eravamo tanto amati” non è solo il titolo di una canzone, e poi del film di Ettore Scola con Nino Mandredi e Vittorio Gassman. È anche, e in questo caso soprattutto, la perfetta sintesi del rapporto tra il Partito Democratico e il MoVimento 5 Stelle. E quindi tra Enrico Letta, leader dem, e Giuseppe Conte, capo politico dei pentastellati.

Enrico Letta
Enrico Letta – lettoquotidiano.it

Per un anno forse più, c’eravamo poi lasciati, non ricordo come fu“, continua, ancora, la canzone che sembra, almeno in queste battute, essere stata scritto per descrivere il momento di gelo tra i due partiti. Che hanno una storia travagliata, anzi: di più.

Rapidamente: nel 2013, Beppe Grillo, fondatore del movimento, chiude la porta in faccia all’allora segretario dem, Pierluigi Bersani, per la formazione di un governo insieme (i numeri lo permettevano). I grillini si siedono all’opposizione per cinque anni, mentre il Pd cambia tre esecutivi nel corso di una legislatura.

La strategia dei Cinque Stelle viene ripagata alle politiche del 2018, e diventano primo partito. Le percentuali ottenute, benché molto ampie, non consentono a Luigi Di Maio di diventare il presidente del Consiglio, e si apre una nuova fase di incertezza, e consultazioni. Che portano prima a un governo gialloverde (M5S e Lega), poi, caduto quello poco più di un anno dopo, nel settembre del 2019, si celebra il matrimonio tra le due compagini che ora se le stanno dando di santa ragione.

Tra colpi di scena, o uscite con porte sbattute a gran carriera, il sodalizio prosegue fino al 14 luglio dell’anno corrente. Quando Conte si mette di traverso e dice ai suoi, i senatori in primis, di disertare l’aula del Senato al momento del voto di fiducia sul dl Aiuti per il governo guidato da Mario Draghi.

Il punto di non ritorno, per ammissione dello stesso leader democratico in un’intervista alla “Repubblica”, arriva, però, il 20 luglio: “Il percorso comune si è interrotto. Avevo avvertito Conte che non votare la prima fiducia sarebbe stato lo sparo di Sarajevo“. E, bang, quell’amore è finito.

Nonostante ieri, alle primarie per scegliere il prossimo candidato governatore per la Sicilia, democratici e pentastellati abbiano corso insieme (era tutto già pronto, si poteva far saltare tutto all’ultima ora? Ecco, no). Ha vinto Caterina Chinnici, del Partito Democratico, ma che rimanga l’unica a contendersi lo scranno di presidente della regione è un altro punto su cui si dovrà riflettere.

Il coltello in mano, in senso figurato, ce l’ha Letta. Non traccia confini, se non tra “chi vuole stare in Europa e contro chi vuole i nazionalismi“, in pratica un “o noi o Meloni” perché rappresentano “due Italie profondamente diverse“.

E anche un’apertura a Carlo Calenda di Azione, Matteo Renzi di Italia Viva, Di Maio (fuoriuscito dal MoVimento a giugno) e Roberto Speranza di Articolo 1, oltre che ai dissidenti di Forza Italia. Un “avanti al centro contro gli opposti estremismi” di gucciniana memoria con Draghi sul sfondo, almeno per portare avanti la sua agenda.

Conte: “Pd aggressivo. I progressisti siamo noi”

La stessa agenda, e lo stesso presidente del Consiglio che, nell’intervista alla “Stampa”, Conte afferma di non aver tradito, anzi di non essere stato lui a decretarne la fine dell’esecutivo. “È una diffusa forma di ipocrisia, un’infamia dare del traditore al MoVimento“, dice. “Si prova a scaricare la colpa su di noi, ma il primo colpo di questa crisi l’ha sparato chi ha inserito nel dl Aiuti una norma sull’inceneritore di Roma sapendo perfettamente di mettere due dita negli occhi al MoVimento“.

Di Draghi, poi, ha sempre rispettato il ruolo ma, dice, “il prestigio non basta perché servono risposte concrete“. Quanto al programma, sposare l’agenda dell’ex presidente della Bce non sembra un’ipotesi, ma quella che verrà portata in campagna elettorale fa del partito di Conte i “veri progressisti“.

Stoccata neanche troppo velata a quell’alleato di governo con cui si è condiviso uno dei periodi più bui per l’Italia post fascista, la pandemia da Covid. “Non si può pensare di definire con arroganza un perimetro di gioco e stabilire arbitrariamente chi vi è ammesso“, dichiara prima di passare la palla al Pd e a Letta. Certo, dei paletti li ha messi: “Se i dem cercano una svolta moderata che possa accogliere anche l’agenda di Calenda, noi non ci possiamo stare“, conclude Conte.

Intanto a inizio agosto si dovranno presentare le liste. Manca così poco che ormai più che un’eventualità, sembra più una certezza che quel matrimonio nato dopo il Papeete è finito. A goderne, però, potrebbe essere il centrodestra (sondaggi alla mano) e Giorgia Meloni in primis.