Addio Draghi, dal 2023 può tornare in vigore la legge Fornero

Caduto il governo Draghi, la strada è tracciata verso le prossime elezioni. Ma l’Italia deve andare avanti e le cose da fare restano tante, tra cui la riforma delle pensioni. Torna lo spauracchio della legge Fornero, ma si può ancora scongiurare, anche se i tempi ora sono sempre più stretti e l’orologio scorre più veloce

Elsa Fornero e Giuliano Amato
Elsa Fornero e Giuliano Amato – lettoquotidiano.it

La legge Fornero è una delle più discusse e criticate dell’ultimo decennio. Ora lo spauracchio per milioni di italiani potrebbe tornare e si intreccia direttamente con la caduta del governo Draghi. Scopriamo le date cruciali, le scadenze, le possibili alternative a una riforma che nessuno vorrebbe più adottare o subire e quale potrebbe essere il futuro dell’Italia per quanto riguarda le pensioni.

Tempi stretti per la riforma delle pensioni: la legge Fornero può tornare

No decisi, strattoni da una parte e dall’altra, qualche spintarella e uno sgambetto per esserne sicuri: il governo Draghi è caduto e con lui rischiano di saltare tutti quei provvedimenti nell’agenda piena zeppa dell’ex presidente della Banca centrale europea.

Una lista in cui figurava sicuramente anche la riforma delle pensioni e ne siamo certi, visto che è stato lo stesso presidente del Consiglio a dirlo chiaramente, inneggiando a “sostenibilità” e “flessibilità”, ma sottolineando a matita blu la necessità che fosse fatta.

Sergio Mattarella e Mario Draghi
Sergio Mattarella e Mario Draghi – lettoquotidiano.it

E si parla di pochi giorni fa, anche se a livello politico sembra già un’eternità. Come in un film di fantascienza, ma i contorni quelli sono. Senza falsi buonismi.

Ormai lo sapete, e così è andata. Il patatrac, il capitombolo e quel pugno stretto ad arrossarsi la pelle con le unghie per trattenersi e la frase, mordendosi la lingua: “Ora continuiamo a lavorare“, forse serviva per mettere mano anche là.

Anche dopo la caduta, anche se incombono le elezioni. Perché l’Italia non può paralizzarsi, di certo non ora. E Draghi lo sa bene, super partes e primus inter pares (forse) nel prossimo futuro. Ma questa è un’altra storia, perché ora tocca parlare di pensioni.

E probabilmente interessa anche di più a milioni di italiani, costretti ad arrivare a fine mese con il fiatone e le scarpe rotte. Non con il vitalizio, il cocktail, la cannuccia, la noce di cocco e il pareo. E stanchi, disillusi, disaffezionati da una politica che regge se stessa, poltrone e poltronisti sulle nuvole in una realtà grigia e a stracci di vuoto. Con l’abuso dello strumento elettorale che fa rima con degenerazione della democrazia e dà un bacio in bocca alla demagogia. E senza scomodare Atene e Siracusa.

Andiamo dritti al punto e senza più sterzate: la legge Fornero, no! Non la vuole (voleva?) Draghi e gran parte del Parlamento. Praticamente la totalità degli italiani. E saremmo ipocriti a scrivere il contrario. Ma allora perché potrebbe tornare in auge e addirittura da inizio 2023?

Perché se non dovessero cambiare le cose entro il 31 dicembre 2022, appunto, scatterebbe, e sarebbe inevitabile, il ritorno dell’uomo nero sotto il letto, proprio nei tempi dell’alba più attesa e che tarda a sbucare. Sì, i tempi sono molto stretti, soprattutto dopo la caduta del governo Draghi e se nessuno riuscisse a metterci mano in tempo utile, tornerebbe in vigore la legge n.92/2012, appunto la Fornero.

Una riforma che fissa a 67 anni l’età pensionabile e, se si vuole l’anticipo, tocca tagliarsi l’assegno (no, grazie!). Vale per gli uomini che abbiano versato almeno 42 anni e dieci mesi di contributi e per le donne si parla di 41 anni e dieci mesi. Un’infinità e uno spauracchio, anche se ancora qualcosa si può fare per scongiurarlo. Ma vediamo come.

Le altre opzioni sul tavolo: da quota 102 alla proposta di Tridico

Era il 4 dicembre del 2011 quando a Elsa Fornero morivano in gola le parole tra le lacrime nel cercare di pronunciare il termine “sacrifici”. Stava presentando la legge che avrebbe preso il suo nome e che costringeva milioni di italiani a rivedere i loro piani, le loro stanchezze, le loro finanze e la loro rabbia sociale.

Per questo, la caduta del governo Draghi potrebbe avere dirette conseguenze, anche oggi, sulla vita di molti di noi e su intere famiglie.

Le urne rendono ancor più stretti tempi già di per sé risicati nel sistemare le tessere di un domino che conduce direttamente all’1 gennaio 2023 e che devono essere interrotte, pena la riadozione della legge n.92/2012. Ma ancora qualche cartuccia da sparare c’è.

La prima opzione è la proroga di Quota 102, la versione modificata e aggiornata di Quota 100, e attualmente in vigore. Ciò darebbe più tempo per pensare a una nuova riforma strutturale e toccherebbe al nuovo governo. Ma almeno scongiurerebbe un ritorno al passato che neanche Dominique Farrugia alla regia renderebbe un successo. Quarantuno anni di contributi e si va in pensione, a prescindere dall’età anagrafica. Un compromesso, ma non si butta via nulla.

Un’ulteriore possibilità sul tavolo è quella di Pasquale Tridico. La proposta del presidente dell’Inps si basa sul superamento della rigidità delle quote. Si andrebbe in pensione dai 63 anni in su con almeno 20 anni di contributi. Con una specifica bella grossa da raccontarvi: fino ai 67 anni la quota sarebbe calcolata sui versamenti contributivi versati e successivamente sarebbe data dalla somma tra quota contributiva e quella retributiva.

Una struttura, un pensiero e una proposta che darebbe un taglio con il sistema adottato in passato e che sa di modernità, di mano tesa agli italiani. La spesa, inoltre, ammonterebbe a tre miliardi di euro in tre anni. Pensate che i miliardi spesi sarebbero diciotto negli stessi tre anni, se invece a prevalere sarebbe l’opzione di andare in pensione al quarantunesimo anno di contributi versati.

Scenari da Apocalypse Now a parte, ora tocca sbrigarsi e senza per forza pensare al peggio. Perché si può ancora intervenire e non aspettare le lacrime di coccodrillo e le parole che sgozzano. Che tanto l’Italia e l’Europa hanno già tanto per cui raccapezzarsi e strapparsi i capelli. In attesa delle urne, che comunque poco potranno farci senza atti di responsabilità in Parlamento.