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Studentesse americane violentate a Firenze: condannato l’ex carabiniere Pietro Costa

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Studentesse americane violentate a Firenze: arriva la condanna per Pietro Costa, l’ex carabiniere accusato di aver abusato delle due ragazze insieme ad un altro militare.

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Studentesse americane violentate a Firenze: Pietro Costa condannato.

Abusi su due studentesse americane

Era la notte tra il 6 ed 7 settembre 2017, quando qualcuno chiamò i Carabinieri  per una rissa all’interno della discoteca Flo di Firenze.

Terminata l’operazione, come riporta anche Fanpage, i due militari, Pietro Costa e Marco Camuffo, si trattennero a parlare con le due studentesse americane violentate.

I militari le riaccompagnarono a casa e fu proprio nell’auto che avvenne la violenza. La mattina seguente le due ragazze denunciarono l’accaduto e le successive indagini accertarono che l’auto di servizio sarebbe rimasta in sosta sotto l’abitazione delle vittime per 20 minuti.

Messi alle strette dalle evidenze scientifiche delle analisi effettuate sulle vittime, Costa e Camuffo ammisero di aver avuto un rapporto con le due giovani, ma si sono sempre difesi parlando di un incontro consenziente.

La condanna per Pietro Costa

Ieri è arrivata la condanna anche per Pietro Costa. La pena da scontare per l’ex carabiniere è di 5 anni e 6 mesi: questa la decisione del Tribunale di Firenze.

L’uomo è accusato di aver violentato due studentesse americane nella notte tra il 6 ed il 7 settembre 2017, dopo averle riportate a casa con l’auto di servizio.

In macchina con lui, accusato della stessa violenza, c’era l’ex appuntato Marco Camuffo, già condannato nell’ottobre 2018. La scelta di Camuffo era stata quella del rito abbreviato. L’ex militare fu condannato a 4 anni e 8 mesi nell’ottobre del 2018.

Stando all’accusa, i due carabinieri avrebbero abusato della qualità della loro divisa per mettere in atto la violenza, non rispettando gli ordini impartiti dai superiori.

Le due studentesse erano visibilmente ubriache e le violenze sarebbero avvenute in modo inaspettato, come ha sentenziato il Tribunale di Firenze.