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“Le ha spaccato la testa”, pena dimezzata per l’omicidio della prof di Roma: è polemica

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Pena dimezzata per il reo confesso dell’omicidio della prof di Roma nel 2017. Secondo i giudici era incapace di intendere e di volere

Michela di Pompeo
La prof di Roma uccisa nel 2017, Michela di Pompeo

L’omicidio della prof di Roma Michela di Pompeo risale al 2017 ed il suo compagno dopo la prima condanna a trent’anni ha avuto in queste ore la riduzione della pena a causa di un “vizio di mente” al momento del fatto, ed è polemica.

L’omicidio della prof di Roma

I familiari di Michela di Pompeo non si danno pace: la professoressa 47enne della scuola bilingue Deutsche Schule viene uccisa il 1 maggio 2017 a Roma nel suo appartamento in via del Babuino.

Il suo compagno di allora, il direttore di banca Francesco Carrieri dopo l’arresto confessò di aver ucciso la donna con il movente della gelosia e della paura dell’abbandono.

Durante una lite accesa e per paura di essere lasciato da lei Carrieri l’avrebbe colpita con un peso da palestra uccidendola.

In primo grado i giudici lo avevano condannato a trent’anni di reclusione per omicidio volontario aggravato.

Ora però è arrivata la sentenza d’appello che sta facendo molto discutere.

La madre di Michela prima della sentenza ha lanciato un appello per chiedere ai giurati giustizia per sua figlia così barbaramente strappata all’amore dei familiari e dei conoscenti

La sentenza d’appello che fa discutere

Nonostante dunque la condanna a trent’anni ottenuta in primo grado, Francesco Carrieri si è visto di fatt dimezzare la pena dpo la sentenza della Corte d’assise d’appello di Roma.

La pronuncia che è arivata proprio in questi giorni infatti condanna infatti Carrieri a 16 anni di carcere più 3 anni di Rems.

Dopo la prima sentenza infatti la Corte aveva disposto una perizia psichiatrica i cui risultati hanno pesantemente influito sulla sentenza d’appello.

La perizia degli psichiatri Gabriele Sani e Massimo di Genio infatti ha documentato un vizio di mente dell’imoutato che al momento dell’arresto:

“Versava in condizioni tali da almeno grandemente scemare la capacità di intendere e volere”

I giudici della Corte d’assise d’appello di Roma hanno dunque tenuto conto del cosiddetto vizio parziale di mente equivalente che avrebbe portato Carrieri al culmine della lite con la compagna a sfociare nell’atto omicidiario.