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Omicidio Vannini, Federico Ciontoli: “Ho sbagliato a fidarmi di mio padre, penso spesso al suicidio”

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In una lunga intervista a La Repubblica, il giovane della famiglia Ciontoli ha raccontato la sua versione dei fatti su quella drammatica sera.

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Lo scorso settembre la sentenza d’appello bis ha confermato la condanna a 9 anni e 4 mesi per tutti i componenti della famiglia Ciontoli, 14 per Antonio.

La morte di Marco Vannini

La sera del 18 maggio 2015, Marco Vannini moriva nella villetta della famiglia Ciontoli, dove si trovava in compagnia della fidanzata Martina.

Il ragazzo venne ucciso da un colpo di pistola esploso da Antonio Ciontoli, padre di Martina.

L’uomo ha sempre raccontato che si era trattato di un tragico errore.

A sostenere la teoria dell’incidente anche gli altri componenti della famiglia Ciontoli, che hanno sempre difeso Antonio, sostenendo la non volontarietà di uccidere Marco.

Nel processo di primo grado, Antonio Ciontoli fu condannato a 14 anni di carcere.

La sentenza di condanna

Nel processo d’Appello il reato contestato fu derubricato da omicidio volontario a colposo e le pene scesero a 5 anni per Antonio e 3 per gli altri componenti della famiglia Ciontoli.

L’8 febbraio del 2020 la Corte di Cassazione ha annullato la precedente sentenza, chiedendo una condanna per tuti i Ciontoli con l’accusa di omicidio volontario.

Il 30 settembre scorso è stata pronunciata la sentenza di appello bis: tutti i componenti della famiglia Ciontoli – Mary Pezzillo, Federico Ciontoli e Martina Ciontoli – sono stati condannati a 9 anni e 4 mesi. 

Confermati invece i 14 anni di carcere per Antonio.
Il reato contestato al capofamiglia è omicidio volontario. Per gli altri componenti della famiglia, concorso anomalo in omicidio.

“La giustizia esiste, dovete lottare sempre”

era stato il commento di Marina Conte, mamma di Marco, alla lettura della sentenza di condanna.

Il racconto di Federico Ciontoli

“Penso a Marco tutti i giorni. Mi sono fidato di mio padre e ho sbagliato, ma in quella situazione non potevo fare diversamente. Ci penso tutti i giorni e tante volte ho pensato seriamente di farla finita. Se vado avanti è solo perché spero che prima o poi qualcuno si decida ad ascoltarmi”

è uno stralcio della lunga intervista che Federico Ciontoli ha concesso a La Repubblica.

“Provo rabbia nei suoi confronti, è naturale. Gli rimprovero tante cose, tutte gravi. Se non le avesse commesse, non sarei qui”

ha spiegato il giovane, parlando di suo padre Antonio.

Quella sera Marco poteva essere salvato, come lo stesso Federico ha raccontato al quotidiano.

Il 21enne bagnino di Ladispoli era nella vasca da bagno quando fu raggiunto da un colpo di pistola esploso dal padre della fidanzata.

Un solo sparo, che gli risultò fatale visto che nessuno dei presenti in casa – Martina, Federico Ciontoli e la loro madre Maria Pezzillo – allertò immediatamente i soccorsi.

Quaranta minuti dopo il ferimento di Marco, arrivò la prima chiamata al 118: a parlare è Federico Ciontoli.

La cornetta passa a Maria Pezzillo che chiude il telefono, dicendo all’operatore che richiamerà in caso di necessità.

Poco dopo la mezzanotte – ore 00.06 – al 118 arriva un’altra telefonata: a parlare stavolta è Antonio Ciontoli, che parla all’operatore di un ragazzo che si è infortunato nella vasca da bagno con la punta di un pettine.

L’ambulanza arriva a mezzanotte e 23 minuti. Viene chiamato l’elisoccorso per trasportare Vannini al Policlinico Gemelli. L’elisoccorso atterra due volte per l’aggravarsi delle condizioni di Marco.

Poco dopo le 3 del mattino del 18 maggio, Marco Vannini muore.

Federica Ciontoli, presente in bagno al momento dello sparo, anziché soccorrere il fidanzato, aiutò il padre a depistare le indagini.

“Martina noi l’abbiamo cancellata, lei è stata la ragazza di Marco fino a due minuti prima che venisse esploso il colpo d’arma da fuoco perché per come si è comportata dopo ha dimostrato di non amarlo”

ha raccontato qualche mese fa Valerio Vannini, papà di Marco.