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Nei Paesi in via di sviluppo si abusa di antibiotici nell’acquacoltura

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L’uso di questi farmaci è molto frequente, senza controlli soprattutto nei Paesi in via di sviluppo che sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

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L’uso eccessivo in zootecnia di antibiotici porta a moltissimi problemi nell’uomo. All’estero e soprattutto nei paesi in via di sviluppo vi è un vero e proprio abuso di questi farmaci. Ciò che stupisce è questo utilizzo sbagliato anche nell’allevamento dei pesci.

L’uso di antibiotici nell’acquacoltura

I pesci di allevamento sono rinchiusi in specifiche gabbie e senza essere affetti da patologie, vengono sottoposti a trattamenti antibiotici. Questa pratica è in uso soprattutto nei paesi meno sviluppati, mentre nel nostro Paese è proibita.

Questo si fa soprattutto dove questi farmaci non vengono tracciati e non si effettuano controlli prima di avviare le carni al consumo umano. Questo abuso unito all’aumento delle temperature globali, fanno crescere il rischio di AMR cioè l’antibiotico resistenza.

L’Antimicrobial Resistance è un problema molto serio. In parole povere, gli antibiotici non sono più in grado di aiutarci a combattere le infezioni. Dall’abuso nasce la selezione di quei ceppi più aggressivi che non si riesce a contenere facilmente.

La maggior richiesta di pesci, porta all’abuso degli antibiotici

Secondo i dati della FAO del 2018 il consumo di pesce è cresciuto arrivando a 20,5 chili pro capite. Un record mai toccato che muove un giro di 401 milioni di dollari per una produzione di circa 179 milioni di tonnellate.

Si stima che entro il 2030 si arriverà ad un consumo di 21,5 chilogrammi pro capite. Quest’aumento di richiesta ha portato a dichiarare il 34,2% degli stock ittici come biologicamente insostenibile. Significa che le specie sono pescate con modalità che non permettono di rispettare i ritmi biologici.

Si ha quindi il declino della diversità biologica. Nel Mar Mediterraneo questo dato arriva all’80%, rendendo il Mare Nostrum come quello più sfruttato a livello mondiale.

In questo scenario, l’allevamento ittico serve anche per arginare la sparizione delle specie più commerciali ed è in grado di fornire il 46% della produzione mondiale.

L’acquacultura intensiva che porta all’abuso di antibiotici

Secondo uno studio del Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea, stanno crescendo in modo significativo gli allevamenti intensivi, a discapito di quelli estensivi dove gli animali sono lasciati più liberi e possono anche procacciarsi il cibo.

In quelli intensivi invece i pesci vengono alimentati attraverso mangimi e per evitare che il sovraffollamento delle vasche e la scarsa qualità dell’acqua uccidano “il raccolto”, vengono somministrate grandi quantità di antibiotici in via preventiva.

La giornalista scientifica Agnese Codignola dopo alcune ricerche ha stabilito che ogni allevamento intensivo utilizza tonnellate di farmaci, non solo antibiotici. Si serve anche di disinfettanti, alghicidi, erbicidi e insetticidi.

Il pericolo del mancato tracciamento degli antibiotici

Non abbiamo alcun tracciamento del pescato asiatico. I Paesi di quella regione hanno la maggior concentrazione di pescatori e piscicoltori ben l’85% del totale mondiale. Troviamo per lo più gli allevamenti intensivi più grandi al mondo.

Esportano in tutto il mondo ed è noto è che si usano più quantità di antibiotici. Non si conosce l’esatta quantità dato che non si ha nessun tipo di tracciatura di questi farmaci. Nel 2017 si sono analizzati i gamberetti asiatici. Il 52% dei campioni analizzati contenevano residui di antibiotici e di questi il 10% aveva quantità superiori ai limiti legali.

Gli USA importano il 70% del pesce che consumano dall’Asia e non a caso la US Food and Drug Administration (L’equivalente dell’AIFA nostrana, che verifica anche gli alimenti), non concede l’importazione dei gamberetti.

Effetti sull’ambiente vicino agli allevamenti intensivi

Come detto l’uso di antibiotici permette lo svilupparsi di ceppi batterici più aggressivi e resistenti. Ovviamente i mangimi non consumati dai pesci malati si diffondono e liberano i farmaci nell’ambiente che permettono la selezione dei ceppi resistenti al di fuori degli allevamenti.

Si crea in questo modo un vero e proprio circolo vizioso. Con il surriscaldamento dei mari i pesci malati presenti si trovano in un ambiente che favorisce la loro morte. Gli allevamenti intensivi si trovano per lo più in Paesi in via di sviluppo e sono maggiormente esposti al cambiamento climatico.

Si innesca dunque un meccanismo che porterà ad un crescente uso di antibiotici, per cercare di ridurre il tasso di mortalità dei pesci per soddisfare la domanda che cresce di prodotti ittici.

Questo circolo vizioso non farà altro che peggiorare la situazione aggravando anche il fenomeno dell’antibiotico resistenza, con un conseguente e grave impatto sulla salute umana.