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Iran, Nasrin Sotoudeh l’avvocatessa per i diritti umani è stata liberata

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Sotoudeh, la quale stava attuando uno sciopero della fame, è riuscita ad uscire dal carcere grazie ad un permesso temporaneo.

Sotoudeh
L’avvocatessa è stata rilasciata con un permesso temporaneo.

L’avvocatessa per i diritti umani iraniani rinchiusa con l’accusa di spionaggio e propaganda contro lo stato, Nasrin Sotoudeh, è stata libera dal carcere con un permesso temporaneo. Un arresto che anche all’epoca parve molto ingiusto in un processo dai più definito una farsa.

L’avvocatessa sarebbe stata sei settimane in sciopero della fame

La donna, inoltre, sarebbe stata da sei settimane in sciopero della fame. Con questa protesta l’avvocatessa criticava le pessime condizioni di detenzione dei prigionieri politici in Iran. Per questo motivo Sotoudeh fu portata in ospedale dove, però, non ricevette le cure adeguate.

“Nasrin Sotoudeh è uscita con un permesso temporaneo autorizzato dalla prigione femminile”.

Queste le parole dell’agenzia di stampa iraniana Mizan. La prigione, inoltre, da circa febbraio, per evitare una diffusione del coronavirus all’interno delle celle ha dato a molti prigioni dei permessi d’uscita temporanei. L’unica eccezione alla regola è stata fatta proprio per i prigionieri politici.

L’avvocatessa si è battuta anche per l’abolizione della pena di morte

Tornando a parlare della Sotoudeh, l’avvocatessa 57enne è una delle più apprezzate in Iran per la lotta ai diritti umani. Infatti, quest’ultima, nel 2012 vinse persino il premio Sakharov. Ma non solo, sono molteplici le battaglie portate avanti dalla donna come l’abolizione della pena di morte o l’abolizione del velo per le donne.

Sarebbe stata, infine, proprio quest’ultima lotta a procurarle le accuse di spionaggio e propaganda contro lo stato, per una condanna totale di 38 anni. Sotoudeh, inoltre, sarebbe già stata incarcerata con le medesime accuse anche in passato.

Pochi mesi fa, persino su faglia di soli 20 anni, Mehraveh, era stata arrestata e poco dopo rilasciata per aver aggredito una guardia penitenziaria.