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Ascoli Piceno, indagate 30 persone per sfruttamento del lavoro

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Più di 70 i braccianti di origine pakistana sfruttati nei campi di Ascoli Piceno i quali erano sottopagati e messi a vivere in alloggi al limite delle norme sanitarie.

Ascoli Piceno
Dopo mesi l’operazione dei carabinieri ha avuto successo incastrando i titolari delle aziende agricole coinvolte.

Ieri, sabato 29 agosto, si è conclusa ad Ascoli Piceno l’operazione che ha smantellato un’associazione accusata di sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita.

Presenti nei campi, inoltre, casi di manodopera clandestina

Come riportato da Fanpage, l’operazione portata avanti dalle forze dell’ordine sarebbe di anti caporalato, ossia un sistema di reclutamento della manodopera molto diffuso soprattutto nel meridione.

Inoltre, nei campi di Ascoli Piceno, sarebbero stati riportati casi di manodopera clandestina. A capo dell’operazione che ha portato all’arresto più di 30 persone il colonnello Ciro Niglio.

Dopo mesi di ricerche i carabinieri sono riusciti ad incastrare i 30 titolari di aziende coinvolti

L’operazione, ribattezzata Arcipelago dagli inquirenti, è durata diversi mesi. Partite inizialmente dalla stazione dei carabinieri di Montalto Marche, le indagini si sono dapprima tramutate in appostamenti per monitorare il lavoro nei campi, ed in secondo luogo per controllare le aziende coinvolte.

“Anche con l’identificazione e l’interrogatorio dei braccianti, è stato possibile raccogliere concreti elementi di colpevolezza a carico degli oltre trenta indagati”.

Con queste parole, tratte direttamente dal comunicato ufficiale rilasciato dai carabinieri, gli inquirenti avrebbero messo in pugno gli indagati.

Quest’ultimi, sarebbero quasi tutti titolari di aziende agricole, sparse lungo tutto il territorio delle Marche. Ma non solo, a collaborare con gli imprenditori ci sarebbero stati alcuni intermediari di origini pakistane.

Dalle prove raccolte grazie agli appostamenti, i carabinieri sarebbero in grado di dimostrare lo sfruttamento degli oltre 70 braccianti pakistani.

La maggior parte degli “operai”, inoltre, sarebbe stato provvisto di un permesso di soggiorno temporaneo e di conseguenza risultavano semplici da ricattare.

Infine, i braccianti non erano solo sottopagati dagli imprenditori ma addirittura messi a vivere in posti al limite delle norme igienico sanitarie.